Lunedì 6 agosto, Chicago – Winterset

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Viaggiando lungo le strade del midwest mi vedo passare a destra e a sinistra miglia e miglia di campi coltivati, prevalentemente mais. Mi chiedo cosa ci facciano gli americani con tutto quel granturco, visto che le bocche da sfamare non sono certo paragonabili a quelle di Cina o India e non mi sembra che gli Stati Uniti siano grandi esportatori di polenta. Non credo che le migliaia di tonnellate di mais servano solo per nutrire i bovini allevati in questo paese e non mi pare nemmeno che gli americani eccellano nella produzione di energie alternative (biocarburanti e simili). Il dubbio continua a rodermi mentre guido attraverso le grandi pianure dell’Illinois e dell’Iowa, finché un’indicazione stradale mi fa accendere una lampadina: KELLOG! Tra dieci miglia c’è l’uscita per Kellog.

Come ho fatto a non pensarci prima? Gli americani non hanno bisogno di mangiarsi tutto quel mais, sono tendenzialmente sovrappeso e dotati di ottimo appetito, ma tutta quella produzione sarebbe troppo anche per loro. Quel mais lo trasformano in cereali per la prima colazione e lo fanno mangiare ad europei, asiatici, australiani e forse persino agli africani!

Non so se la mia intuizione socio economica, mentre guido e cerco di tenermi sveglio (strada sempre dritta + paesaggio monotono + sole caldo = abbiocco facile), sia corretta. Sicuramente la mia teoria è semplicistica, anzi sempliciotta e farà sorridere i più, ma adesso, mentre guido e cerco di tenermi sveglio, mi sembra di avere avuto l’intuizione del secolo.

Guidare in mezzo a queste distese interminabili di campi coltivati a perdita d’occhio, interrotte di tanto in tanto da un gruppetto di alberi, da un fiumiciattolo o da qualche casa, ci fa provare un’emozione particolarissima. Ci sembra di vivere in una dimensione diversa dalla nostra, diversa se non altro da quella in cui ci eravamo mossi fino a questa mattina, quando tentavamo di divincolarci dalla morsa tenace del traffico in uscita da Chicago.

Ci eravamo svegliati presto, nella speranza di partire prima che il mostro si svegliasse e ci imbrigliasse nei suoi tentacoli d’asfalto, ma non è andata così. Fatta una frugale colazione e riconsegnataci l’auto dal personale dell’albergo, dopo aver impostato la rotta sul navigatore, siamo partiti verso ovest, ma presto, davanti a noi, le tre corsie della I-290 in uscita ci sono apparse come un muro invalicabile. Migliaia di auto in lentissimo movimento… Armati di pazienza ci siamo immersi nella marmellata di traffico e, pian piano, siamo usciti dalla metropoli.

Un po’ alla volta il traffico è scemato, i grattacieli sono svaniti, le case si sono diradate e ha cominciato ad apparire il verde, sempre più verde, sempre più coltivato, sempre più ossessivamente monotono, ma affascinante.

Mi piacciono queste tappe di trasferimento. Mi piace guidare ore e ore di fila. Dapprima si chiacchiera, entusiasti per la nuova meta da raggiungere, poi nei passeggeri sopraggiunge la stanchezza: qualcuno dorme, qualcuno legge… Io guido e medito.

Attraversiamo il Mississippi. Me lo immaginavo più grande, più maestoso, ma è comunque un gran bel fiume. Capisco come deve aver ispirato Mark Twain nelle avventure di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn.

I miti americani…

Anche Ronald Reagan è diventato un mito, prima del cinema e poi della politica. A Dixon facciamo una sosta per visitare il Dixon Historic Center, quasi interamente dedicato al loro cittadino più illustre, il vecchio Ronnie per l’appunto. L’esposizione è stucchevole, tra statue di Reagan e della sua maestra elementare, fino ad un ritratto dell’ex Presidente realizzato dalla Jelly Belly con 14.000 caramelle alla frutta bianche, rosse e blu!

Altro mito americano è quello della strada, la strada di Jack Kerouac, che ha fatto sognare intere generazioni di tutto il mondo, ma anche la strada delle Harley Davidson e dei giganteschi e bellissimi truck, i mostri della strada, multicolori e dalle cromature scintillanti, che attraversano il continente in lungo e in largo senza sosta. A questi mostri sacri è dedicato, come una specie di santuario, l’Iowa 80 Truckstop (iowa80truckstop.com), la più grande area di servizio per camion del mondo, dove ci fermiamo per pranzare e per dare un’occhiata curiosa. Non so se è la più grande, ma certamente fa impressione: il parcheggio può contenere centinaia di mezzi pesanti, all’interno vi sono ristoranti ed uno shop grande come un supermercato, mentre in un edificio a parte è stato realizzato persino un museo dedicato ai mostri della strada.

Gli ultimi miti con cui ci misuriamo oggi sono quelli del cinema: John Wayne, la cui casa natale è a Winterset, la nostra destinazione odierna, e poi Clint Eastwood e Meryl Streep, interpreti nel 1995 de “I ponti di Madison County”, film strappalacrime ma bellissimo, ambientato anch’esso in questa anonima cittadina di provincia dell’Iowa e nei suoi dintorni, diventata ora, grazie al grande schermo, una meta turistica apprezzata (troviamo anche degli italiani nel nostro motel).

Così, dopo aver visitato la casa natale di John Wayne, facciamo il giro dei vari ponti coperti (quante coppiette di 35-40enni…), sotto una calura notevole ma sopportabile, prima di andarcene a mangiare e poi a dormire, visto che i 600 chilometri percorsi oggi si stanno facendo sentire, nonostante le intuizioni socioeconomiche sullo sfruttamento del mais e le meditazioni sul rapporto tra uomo, natura e mito.

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