Venerdì 10 agosto, da Rapid City a Cody … e il vecchio west diventa realtà

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Ci svegliamo prestino. Gli inconvenienti non sono finiti: sul cruscotto della nuova auto si è accesa una spia minacciosa che recita MAINT REQD. Non serve consultare il libretto di istruzioni per intuirne il significato (maintenance required) e così, onde evitare di ritrovarci appiedati nel bel mezzo del nulla, chiamiamo nuovamente l’assistenza Alamo. Parliamo con persone diverse, ci danno indicazioni contrastanti, ma alla fine ci dicono di recarci all’aeroporto di Rapid City, presso il punto di noleggio Alamo, dove ci sostituiranno nuovamente l’auto.
Giunti all’aeroporto, ci viene data una versione diversa: la spia si è accesa semplicemente perché non era stata resettata dopo l’ultimo tagliando, quindi non è necessario sostituire l’auto. In ogni caso ci indirizzano presso un’officina dove verrà effettuato un controllo della centralina ed un rabbocco di olio. Diligentemente facciamo anche l’ultima tappa di questa via crucis e quindi, verso le nove, riusciamo a ripartire.

L’itinerario che avevamo studiato a casa prevedeva di recarci a Little Big Horn, a visitare l’omonimo campo di battaglia che costò la vita al celebre Generale Custer e al suo battaglione del Settimo Cavalleggeri, per poi recarci a Yellowstone il giorno dopo: un migliaio di chilometri in due giorni. Un po’ perché siamo stanchi, un po’ perché Little Big Horn, da quanto si vede sulla Rete, non deve poi essere un granché, decidiamo di cambiare itinerario e scegliamo Cody, in Wyoming, come prossima meta, cambiamento che ci consentirà di ridurre notevolmente il chilometraggio di domani.

Da Rapid City a Cody però di strada ce n’è tanta, si tratta di percorrere un pezzetto di South Dakota e un buon tre quarti di Wyoming, in tutto 650 chilometri, considerando anche i tragitti aggiuntivi hotel-aeroporto e aeroporto-officina, gentilmente offerti da Alamo.

È una bella galoppata quella che ci attende, ma sprezzanti della fatica partiamo al galoppo per le immense praterie. La strada si fa percorrere docilmente, il traffico è scorrevole, l’asfalto in buone condizioni, i limiti di velocità generosi (75 mph, un vero lusso negli States) e così arriviamo in vista delle Big Horn Mountains senza quasi rendercene conto. Il paesaggio alpino è ben diverso da quello che siamo abituati a vedere nelle nostre Dolomiti: non si notano cime particolarmente elevate, ma le foreste sono sconfinate, non esistono centri abitati, solo qualche campeggio di tanto in tanto, le strade seguono tracciati regolari e lineari, con pendenze leggere e costanti, dopo interminabili salite che si concludono con il valico di un passo seguono quasi sempre altrettanto lunghe discese, le strade sono ampie, ben segnalate, con frequenti tratti a due corsie per agevolare i mezzi più veloci.

Superate le montagne sfiorando i 2800 metri di altitudine, ci ritroviamo nuovamente in mezzo a vastissime e desolate praterie ingiallite dal sole e dalla siccità. Mancano ancora un centinaio di miglia e i centri abitati che attraversiamo, dalle grandi vie semideserte con casette basse prefabbricate dagli enormi cortili verdeggianti, sembrano usciti da un libro di Stephen King. Potremmo essere indifferentemente nel Maine, nel Kentuky o in Nevada! Probabilmente, vista in una stagione diversa, questa regione apparirebbe in modo completamente diverso, ma oggi sicuramente non è molto attraente.

Quando arriviamo a Cody piove, cominciamo a pensare che la sfortuna da un paio di giorni abbia iniziato a perseguitarci, ma non c’è tempo da perdere: sono le cinque e mezza e alle sei, di fronte all’Irma Hotel, inizieranno a sibilare i proiettili!

In questa stagione infatti, per deliziare (e trattenere) la moltitudine di turisti che passano di qui prima di arrivare a Yellowstone, nelle strade vengono messi in scena giornalmente duelli e sparatorie, con banditi, sceriffi, ballerine e giocatori di poker che, con bellissimi costumi e una certa dose di humour anglosassone, mettono in scena pezzi di questa movimentata storia americana.

Mangiamo all’Hotel Irma, dove la cucina è ottima e soprattutto si cena all’interno di un originale saloon ottocentesco, tutto restaurato e tirato a lucido che è una meraviglia. Il bancone del bar e la cassa in particolare sono i pezzi forti del locale.

Dopo cena andiamo al Cody Nite Rodeo, che si tiene tutte le sere alle otto e ha un’ottima fama. Lo spettacolo è veramente notevole e i cowboy sono davvero molto bravi, ci sono persino dei ragazzini più piccoli di Dario che cavalcano dei giovani tori (pazzesco, mi domando se sia legale far correre rischi simili a dei minorenni).

Provo una certa pena per gli animali trattati in questo modo, ma bisogna dire che i cowboy corrono rischi veramente notevoli, non capisco come facciano a rimontare in sella dopo essere stati disarcionati e gettati a terra dai cavalli che cercavano di domare.

Fuori dallo stadio (si dirà così?) vedo un toro immobilizzato all’interno di una staccionata: i bambini possono montarlo per farsi fotografare. Per un secondo i miei occhi incrociano quelli del toro e provo un’immensa pietà, ho avuto quasi l’impressione che mi chiedesse aiuto… È proprio vero che l’uomo è l’unica bestia del pianeta!

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