Domenica 26 agosto, dalla Valle della Morte a Los Angeles

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La sveglia suona alle sei perché vogliamo ammirare l’alba sulla Death Valley prima di partire per L.A., così facciamo una veloce colazione e usciamo. Abbiamo subito una bella sorpresa: la temperatura è di “soli” 93 gradi Fahrenheit (34 centigradi) e così scherzo in po’ su questo fatto con il tizio dell’albergo al momento del check-out, “Yes, it’s cool for us” mi dice.

Per carità, dire che è fresco è un’esagerazione, ma non si sta male fuori, il clima è estremamente secco e così i 34 gradi non danno fastidio, ma non andrei a fare un’escursione in salita o un giro in bicicletta per nulla al mondo. E pensare che a luglio da qui parte una di quelle competizioni per superuomini che arriva fino in cima al monte Whitney, la vetta più alta degli Stati Uniti continentali, a 4420 metri di altitudine: un dislivello di 4500 metri e una distanza di oltre 200 chilometri. Pazzesco!

I colori della Valle della Morte hanno una varietà incredibile, grazie alla massiccia presenza di minerali nelle sue rocce, gli stessi minerali che rendono non potabile l’acqua che sgorga dalle sue sorgenti, da cui il termine di “badwater”. Questi colori vengono esaltati dalle luci del mattino e della sera: il verde, il marrone, l’arancione, il giallo, combinati con l’azzurro intenso del cielo danno l’impressione di trovarsi di fronte ad un’enorme tavolozza.

A nord di Furnace Creek ci fermiamo ad ammirare un’area ricoperta di imponenti dune sabbiose, le cui creste illuminate dal sole nascente disegnano traiettorie perfette e proiettano ombre sulla sabbia formando improbabili scacchiere ricurve.

Il parco nazionale della Death Valley non si limita alla sola Valle della Morte propriamente detta, ma va ben oltre, abbracciando territori vasti, di struggente e aspra bellezza, sempre all’insegna dell’aridità e della policromia. Attraversiamo queste lande a bocca aperta, un po’ per gli sbadigli dovuti alla levataccia, ma soprattutto per le esclamazioni di stupore e ammirazione per la genialità con cui Madre Natura ha qui compiuto la sua opera.

Pian piano riprendiamo quota, valichiamo gli aridi e tetri monti e ci troviamo in vista della Sierra Nevada meridionale, che aggiriamo a sud. Le cittadine cominciano a susseguirsi con sempre maggiore frequenza e le strade si allargano e si fanno più trafficate, stiamo arrivando al cospetto della grande metropoli. Percorriamo carreggiate a sette corsie, svincoli dove sette-otto strade si incrociano passando sopra, sotto, a fianco, formando un gigantesco labirinto d’asfalto.

L’entrata in città come sempre presenta le sue criticità, ma con un po’ di attenzione riusciamo ad arrivare al Westin Bonaventure, un bellissimo hotel in piena downtown, costituito da tre diverse torri in vetro e acciaio collegate tra di loro alla base dalla lobby e da ponti e passaggi sopraelevati che ospitano bar, ristoranti, negozi e zone comuni.

Mangiamo un panino da Subway e facciamo una passeggiata in una downtown semi deserta (è domenica), fotografando i grattacieli svettanti nel cielo blu e le larghissime avenue. Andiamo di fronte alla bellissima e fantascientifica Concert Hall , progettata da Frank Gehry, dalle superfici d’acciaio tutte curve e di fronte al museo d’arte contemporanea.

Lentamente la giornata volge al termine , domani ultimo giorno di vacanza dedicato agli Universal Studios.

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